I rifugi in galleria tra le Facoltà di Ingegneria e Chimica Industriale di Bologna: LE TESTIMONIANZE

La realizzazione di un piano di recupero dei rifugi antierei, consente di rivivere emozioni e pensieri che nessun libro potrà mai raccontare: l’intento è quello di arrivare alla realizzazione di un progetto non solo didattico e culturale, ma anche ad un modo per immedesimarsi per un momento nelle vite e nelle storie di tutte quelle persone che qui avevano vissuto le loro drammatiche vicende. A tal proposito ringrazio di cuore le persone che hanno voluto rendermi partecipe dei lori ricordi di infanzia, apportando un inestimabile contributo alla mia ricerca: GianMarco Borgia, Chiara De Angelis, Domenico Alvisi, e Bazzani Lina, nella speranza che le testimonianze dirette non vadano in questo modo perdute.

 

Testimonianza 1 di GianMarco Borgia (nato a Bologna, residente ora a San Lazzaro – Bologna) raccolta da V. Prisco l’11/06/2014 :

 « La collinetta dietro l’attuale Facoltà di Ingegneria era il nostro posto

dove ritrovarci a giocare da bambini. Nel bosco ci sono almeno due rifugi,

uno molto grande per gli abitanti della zona e uno più piccolo che

chiamavano il rifugio dei tedeschi . Nel rifugio grande furono asportati i

mattoni per fare le baracche ai profughi quindi era molto pericoloso

entrarci, ma ovviamente noi non ci facevamo caso: infatti anche se

l’accesso era stato murato, noi cinni vi avevamo scavato sotto un

passaggio. Ricordo anche i carretti trainati da cavalli per riempire il

rifugio più piccolo di letame e coltivare i funghi . Non so più nulla da anni.

Durante la guerra la legna mancava e costava molto, quindi molti alberi

furono abbattuti.».

 

 

Testimonianza 2 di Chiara de Angelis (nata il 26/07/1946 a Bologna, residente ora a Ferrara) raccolta da V. Prisco il 15/05/2015 :

 « Io sono nata nel 1946 ma ricordo molto bene di quando mia madre,

che non c’è più, mi raccontava dei rifugi di Porta Saragozza: abitava con i

genitori in via Saragozza 57, aveva 20 anni e una bimba di pochi mesi,

che era poi mia sorella.

Ai primi segnali delle sirene mia madre correva impaurita su per la

strada che porta ai rifugi, mentre i genitori non si spostavano da casa che

per fortuna non è stata bombardata.

Per arrivare ai ricoveri bisognava percorrere un tratto in salita

abbastanza faticoso e mia madre si guadagnò un’asma da paura credo.

Dentro al rifugio stipato e con poca aria, mia madre stringeva mia sorella

al petto, ma finiva per svenire, così la bimba la tenevano altre mani in

alto per farla respirare.

Fuori, al rientro, trovavano di tutto e raccontava di corpi straziati

senza braccia o gambe …..non so altro, se non che le nostre passeggiate

si svolgevano spesso là sulla collina, e la parola RIFUGIO la ricordo bene

scritta sulla pietra o roccia. Ora la strada è chiusa da un cancello ma

ricordo bene che si andava a passeggio ai cosiddetti “Tre pini”, che si

trovavano sulla sommità di quella collina dove, raccontava mia mamma,

si impiccò un’ uomo per amore.

Chi possa ricordarsi dei rifugi in questione non c’è più nessuno di mia

conoscenza al mondo ….purtroppo , i piccoli che siamo noi, ora abbiamo

sui 70-80 anni ».

 

 

Testimonianza 3 di Domenico Alvisi (nato il 07/02/1934 a Bologna, e residente ora a Granarolo) raccolta da V. Prisco il 22/05/2015 :

 « Purtroppo della Facoltà di Ingegneria ho tristi ricordi a causa della

prigionia e delle torture subiti da due miei zii ad opera delle Brigate Nere.

All’epoca dei bombardamenti io ero un bambino e abitavo in via

Castiglione (Palazzo Pepoli) e il mio rifugio era sotto il palazzo.

Ormai dal 1943/45 sono passati molti anni e i testimoni diretti sono

sempre più rari».

 

 

Testimonianza 4 di Lina Bazzani (nata il 10/02/1926 a Guiglia e residente ora a Vignola), raccolta da V. Prisco il 10/06/2015 :

 « Durante la guerra ero una ragazzina che veniva a Bologna da

Vignola, dove abitavo, perché prestavo servizio presso dei signori che

avevano una villa fuori Porta Mazzini. Mi trovavo in giro in bicicletta

perché dovevo portare un pacco per la figlia della cuoca dei miei padroni

che abitava in via Lame. Saranno state le 10, quando suonò la sirena. Il

primo “squillo” mi mise subito in ansia, ma non capivo se era l’allarme

aereo. Neanche il tempo di rendermene conto che c’erano già gli aerei

sopra di noi! Buttai la bicicletta per strada e mi misi a correre lungo la

salita. Durante la corsa persi le scarpe. Scalza riuscii ad entrare nel

rifugio, non ricordo che ingresso fosse, non conoscevo nessuno, sentivo

solo i colpi forti provenire da fuori.

Rimasi lì seduta al buio fin verso le 12 e 30, non avevamo il coraggio di

muoverci perché ci sembrava di sentire ancora degli scoppi.

Quando finalmente sono uscita non ho più trovato né la bicicletta né le

scarpe. I miei padroni mi cercavano ma non ricordo se mi hanno trovata

loro…

Mia madre a Pieve (Pievepelago) mi diceva di tornare a casa perché ogni

volta che sentiva le bombe stava in pensiero. Allora al mattino, d’accordo

coi miei padroni, mi sono alzata per tornare a casa…e bè mi accorgo che

avevano messo tutta la contraerea attorno alla villa!

Ho attraversato Bologna e col filobus sono andata fino a Casalecchio per

prendere il trenino. Qui ho trovato mio cugino che faceva il tranviere. Non

ricordo se sono tornata a casa con lui… Ho un pochino di “buchi”…però io

delle cose ne ho tante da raccontare…».

 

(si ringrazia Cesare Bazzani per avermi messa in contatto con sua madre Lina).

 

 

Chi volesse contribuire con altre testimonianze dirette / indirette su episodi riguardanti il secondo conflitto mondiale e nello specifico i rifugi antiaerei di Bologna, può inviarmele a:

valentina.prisco@studio.unibo.it

Sarà mia premura pubblicarle con grande piacere su questa pagina.


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